Presentazioni editoriali per progetti audiovisivi.
Pitch deck, one-pager e series bible con stile e strategia.
Accanto a queste attività, First Frame Room cura anche una linea Publishing selettiva, dedicata a progetti narrativi concepiti per vivere oltre la pagina scritta.

FIRST FRAME ROOM

Chi siamo

First Frame Room è uno studio editoriale visivo specializzato nella realizzazione di pitch deck visivi, one-pager e series bible per sceneggiatori, registi, autori e case di produzione.Affianchiamo progetti per la serialità e il cinema, lavorando sul tono, la struttura e l’identità narrativa dei materiali.Il nostro lavoro si estende anche alla traduzione e localizzazione professionale in inglese e italiano, con attenzione narrativa, visiva e strategica.Diamo forma a storie, intuizioni e testi che hanno bisogno di dire meno, ma meglio – trasformandoli in materiali che respirano, comunicano e convincono.Lavoriamo dietro le quinte, dove le idee si fanno struttura.Alcuni dei nostri pitch hanno raggiunto l’attenzione di major internazionali e case di produzione indipendenti. Altri sono in viaggio. Forse c’è anche il tuo.Accanto a queste attività, First Frame Room cura anche una linea editoriale selettiva, dedicata a progetti narrativi concepiti per vivere oltre la pagina scritta.I titoli pubblicati vengono scelti per la loro forza immaginativa e per il potenziale narrativo espanso: storie che iniziano come libri, ma che possono trovare nuova forma nel linguaggio visivo, audiovisivo o seriale.

La nostra linea narrativa

Non lavoriamo su tutto.
Preferiamo progetti con un’identità precisa, un tono riconoscibile e il coraggio di non inseguire i trend.
Siamo interessati a storie che costruiscono relazioni, mondi e possibilità.
Lavoriamo su materiali che non solo mostrano un’idea, ma la posizionano.
Siamo selettivi, ma se c’è sintonia, costruiamo con determinazione.Una buona idea può bastare.
Ma una buona idea con struttura, visione e forma… può andare lontano.
Per questo motivo abbiamo scelto di estendere la nostra attività anche al Publishing, dedicandoci a progetti narrativi capaci di lasciare il segno su carta e al tempo stesso di evolversi in nuove forme di racconto.

Publishing

Narrativa selettiva, con orizzonti più ampi

Crediamo che la narrativa possa essere un primo frame.
Prima della memoria.
Prima della visione.
Prima dell’adattamento.


DESTINI ALTERNATIVI

Nora Levant

Nora Levant

𝗗𝗘𝗦𝗧𝗜𝗡𝗜 𝗔𝗟𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗧𝗜𝗩𝗜
• 𝗔𝗨𝗧𝗢𝗥𝗘: Nora Levant
• 𝗔𝗡𝗡𝗢: 2025
• 𝗙𝗢𝗥𝗠𝗔𝗧𝗜: Cartaceo · eBook
• 𝗜𝗦𝗕𝗡: 9798288066535

𝗦𝗜𝗡𝗢𝗦𝗦𝗜Destini Alternativi è un romanzo corale che nasce da una delle ferite più profonde della storia italiana: la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.
Ma non è un libro di cronaca. È una deviazione immaginaria, un “e se…” potente e struggente. Non racconta l’esplosione, ma ciò che sarebbe potuto accadere se il destino si fosse piegato un istante prima.
Attraverso le vite parallele di Edoardo, Adelmo, Giulia, Francesco, Sara e Andrea, il romanzo esplora amori, riconciliazioni e scelte che, in un’altra versione del mondo, avrebbero continuato a esistere.Un omaggio a chi non ha avuto un domani.
Un’opera delicata e malinconica, che celebra la memoria con l’arma più potente che abbiamo: l’immaginazione.

IL VELO DI DODEKA

Alice Damasco

𝗜𝗟 𝗩𝗘𝗟𝗢 𝗗𝗜 𝗗𝗢𝗗𝗘𝗞𝗔
• 𝗔𝗨𝗧𝗢𝗥𝗘: Alice Damasco
• 𝗔𝗡𝗡𝗢: 2026
• 𝗙𝗢𝗥𝗠𝗔𝗧𝗜: Cartaceo
• 𝗜𝗦𝗕𝗡: 9798242519879

𝗦𝗜𝗡𝗢𝗦𝗦𝗜Un prisma antico. Un velo che separa i mondi. Una scelta che cambierà la realtà.Nel cuore di un mondo segnato da misteri dimenticati, Samuel e Clara intraprendono un viaggio per ritrovare i Prismi di Dodeka — artefatti leggendari in grado di alterare la percezione e riscrivere le leggi della realtà.
La loro missione li condurrà oltre i confini del visibile, dove il tempo si piega e le scelte lasciano segni indelebili.
Il Velo di Dodeka è un romanzo fantasy sospeso tra introspezione e avventura, in cui il confine tra ciò che è e ciò che potrebbe essere si assottiglia fino a scomparire.Per chi cerca mondi alternativi, simboli nascosti e verità che sfuggono alla logica.

IL SEGRETO DI AKH-EN-KA

Lorenzo Ferretti

𝗜𝗟 𝗦𝗘𝗚𝗥𝗘𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗔𝗞𝗛-𝗘𝗡-𝗞𝗔
• 𝗔𝗨𝗧𝗢𝗥𝗘: Lorenzo Ferretti
• 𝗔𝗡𝗡𝗢: 2026
• 𝗙𝗢𝗥𝗠𝗔𝗧𝗜: Cartaceo
• 𝗜𝗦𝗕𝗡: 9798242560048

𝗦𝗜𝗡𝗢𝗦𝗦𝗜Un reperto anomalo. Un faraone cancellato. Un codice impossibile da decifrare.Mira Nassar, brillante egittologa torinese, riceve un misterioso papiro senza mittente. I simboli sembrano reagire alla luce… e a qualcosa di più profondo.Da Torino a Istanbul fino al cuore del Sudan, Mira si ritrova in una spirale che intreccia archeologia, presenza non umana e memorie cancellate dalla Storia.Il Risveglio di Akh-en-Ka è un thriller esoterico che sfiora la fantascienza, dove l’occulto e l’ignoto diventano materia viva. Un viaggio nel passato che non smette di parlare.Perfetto per chi ama i misteri antichi con effetti collaterali paranormali.

IL BAGAGLIO 19

Laura Andrei

𝗜𝗟 𝗕𝗔𝗚𝗔𝗚𝗟𝗜𝗢 𝟭𝟵
• 𝗔𝗨𝗧𝗢𝗥𝗘: Laura Andrei
• 𝗔𝗡𝗡𝗢: 2026
• 𝗙𝗢𝗥𝗠𝗔𝗧𝗜: Cartaceo
• 𝗜𝗦𝗕𝗡: 9798242696839

𝗦𝗜𝗡𝗢𝗦𝗦𝗜Una valigia senza nome. Oggetti senza storia. O forse no.In un angolo dimenticato dell’aeroporto di Milano Malpensa, tra bagagli smarriti e ore vuote di turni infiniti, una giovane impiegata trova una valigia senza etichette, senza codici, senza traccia di esistenza. Il Bagaglio 19.All’interno: una lettera mai spedita, foto ingiallite, un paio di occhiali da lettura, una tazzina sbeccata, un biglietto teatrale mai strappato.
Oggetti comuni. Forse. Ma qualcosa non torna.
Spinta da una miscela di noia, curiosità e sottile ribellione, decide di risalire alla provenienza di ogni oggetto. Nessuno gliel’ha chiesto. Eppure, ogni piccolo indizio la conduce a storie inaspettate: una promessa non mantenuta, un amore rimasto a metà, un addio mai detto.“Il Bagaglio 19” è un racconto di dettagli che parlano, di persone sfiorate per caso e di connessioni invisibili.
Un piccolo viaggio nell’Italia delle vite normali, dove ogni oggetto ha il potere di riaprire una porta dimenticata.
Per chi ama i misteri lievi, le coincidenze che forse non lo sono, e le storie che si rivelano senza fare rumore.In uscita il 15 Maggio 2026

Per diritti, licensing o opportunità di sviluppo legate ai progetti pubblicati, è possibile contattare lo studio.
Materiali riservati (pitch deck, schede progetto) sono disponibili su richiesta.
[email protected]

Voci

INTRODUZIONEVoci è la sezione di First Frame Room dedicata alla scrittura breve.Accoglie racconti e poesie selezionati per la loro voce, per la loro autenticità e per ciò che non si esaurisce nella lettura.CALL APERTALa call è aperta.Cerchiamo testi con una voce chiara, riconoscibile.
Autentici. Necessari.
LINEE GUIDARacconti: 1500 – 6000 parole
Poesie: fino a 3 testi
Una sola proposta per autore.I testi possono essere inediti o già pubblicati, purché l’autore ne detenga i diritti.INVIOInvia il tuo testo (PDF o Word)
insieme a una breve bio (2–3 righe)
[email protected]Oggetto email: Call Voci – Nome AutoreSCADENZAScadenza invio: 30 aprile 2026PUBBLICAZIONEI testi selezionati saranno pubblicati nella sezione Voci e presentati sui canali First Frame Room a partire da giugno 2026.Gli autori dei testi selezionati saranno contattati via email.

Servizi

Lavoriamo su materiali narrativi per l’audiovisivo.
Ogni progetto è diverso: i servizi sono flessibili e costruiti su misura.


One pager narrativo

Sintesi chiara e leggibile del progetto.
Una pagina che comunica tono, tema e potenziale.
Disponibile in italiano e inglese.

Pitch Deck visivo

Presentazione narrativa e visiva su misura.
Lavoriamo a partire da materiali forniti o sviluppiamo il deck da zero, mantenendo coerenza e identità progettuale.

Series Bible – revisione e impaginazione narrativa

Riorganizziamo e revisioniamo i contenuti forniti.
Curiamo tono, ritmo e struttura per garantire chiarezza espositiva e coerenza narrativa.
L’impaginazione visiva è costruita intorno al progetto.
L’obiettivo è una Bible solida, coerente e leggibile.

Treatment editoriale

Un documento narrativo che dà forma all’idea.
Articoliamo concept, trama e sviluppo con voce chiara e tono coerente.
Utile in fase di sviluppo o come base per materiali di pitching.

Lookbook & Moodboard

Una proposta visiva che accompagna e rafforza il tono del progetto.
Selezioniamo immagini, palette e riferimenti stilistici per evocare l’universo narrativo e il feeling visivo.
Strumento utile per presentare il progetto in modo immediato e suggestivo.

Traduzione & localizzazione

Adattiamo i contenuti narrativi dall’italiano all’inglese (e viceversa) per progetti destinati al mercato internazionale.
Traduzioni narrative a cura di professionisti del settore audiovisivo.

Analisi strategica e posizionamento

A partire dal concept e dai materiali, analizziamo tono, struttura e potenziale del progetto.
Individuiamo interlocutori ideali (produttori, agenti, piattaforme), suggeriamo le forme più efficaci per presentarlo e proponiamo eventuali adattamenti per rafforzarne l’impatto.
Non è pitching casuale. È direzione narrativa consapevole.

Pacchetto completo

Un percorso coeso che unisce sviluppo narrativo e presentazione visiva: dal one-pager al pitch deck, dalla series bible o dal treatment cinematografico a moodboard e posizionamento strategico.
Per un’identità solida, coerente e pronta al mercato.


Publishing

First Frame Room amplia il proprio sguardo.
Oltre allo sviluppo per l’audiovisivo, nasce un percorso editoriale riservato a narrazioni già compiute, selezionate per coerenza e potenziale visivo.
Offriamo:
– Cura editoriale
– Progetto grafico
– Distribuzione digitale
– Vetrina dedicata
Ogni progetto viene valutato in base alla coerenza con la visione narrativa dello studio.

Collaborazioni

First Frame Room collabora con autori, registi e produttori impegnati nello sviluppo di progetti audiovisivi originali.


Cosa possiamo fare insieme

Ogni progetto è unico. E ogni presentazione lo merita:
• Pitch deck narrativi e visivi per film e serie
• One-pager evocativi, sintetici, mirati
• Series bible solide, coerenti, con un’identità precisa
Strutture editoriali costruite attorno all’identità del progetto.Ogni dettaglio ha una funzione, ogni pagina una voce.

Per chi è pensato

• Autori con idee da valorizzare
• Registi in cerca di una sponda narrativa
• Produzioni e broadcaster coinvolti in co-sviluppo

Come funziona

Lavoriamo solo su progetti selezionati.
Partiamo da un primo scambio: visione, materiali disponibili, obiettivi.
Se c’è sintonia, definiamo un percorso su misura.
Chi ci sceglie, non cerca scorciatoie. Cerca una direzione.
Se hai un progetto da proporre, scrivici tramite il modulo o a [email protected]

Ci scelgono quando…

• …un’idea ha forza, ma manca una forma chiara per raccontarla.
• …un progetto ha bisogno di coerenza narrativa e visiva prima di essere presentato.
• …una produzione vuole materiali che parlino al mercato, senza sacrificare la voce autoriale.
• …un autore cerca confronto, non correzione.
• …c’è una scadenza e servono materiali che funzionino, anche sotto pressione.
• …qualcuno scrive “Pitch da inviare entro venerdì”, e il documento Word è infinito.

Il Team

First Frame Room è uno spazio dedicato alla scrittura e allo sviluppo narrativo.Nasce dall’incontro di competenze diverse e da un lavoro condiviso.


Design editoriale

Impagina e progetta la comunicazione visiva.
Sviluppa layout coerenti, ordinati e con personalità.
Cura ogni progetto visivo in relazione al contenuto.

Strategia e posizionamento

Si occupa dell’analisi del progetto, dei contatti, del contesto.
Organizza le tempistiche di invio, valuta il target e la forma.
Cura la presentazione per pitch nazionali e internazionali.

Traduzioni narrative

Traduce e adatta i testi dall’italiano all’inglese e viceversa.
Mantiene coerenza di tono, stile e registro.
Lavora su contenuti narrativi e audiovisivi.

REVISIONE TESTI E PROOFING

Interviene su linguaggio, ritmo e chiarezza.
Raffina il testo nella sua forma finale, senza alterarne la voce.
Prepara i contenuti per la pubblicazione o la presentazione.

DIREZIONE E COORDINAMENTO EDITORIALE

Definisce la visione dei progetti e ne segue lo sviluppo narrativo.
Lavora su struttura, ritmo e coerenza lungo tutto il processo creativo.
Coordina tempi, flussi e decisioni fino alla versione finale.

Dentro il processo

Se hai un progetto, un’idea o anche solo un’intuizione, scrivici.
[email protected]

Note Editoriali

Un progetto, prima di essere scritto, va pensato.
In questa sezione raccogliamo appunti, riflessioni e osservazioni sullo sviluppo narrativo per il mercato audiovisivo.
Non è un blog. È una linea editoriale.Parliamo di pitch deck, one-pager, bible e materiali che aiutano una storia a presentarsi con coerenza, identità e strategia.


Pitch deck professionali: la forma è parte della narrazione

Un pitch deck non è solo una presentazione visiva.
È una dichiarazione d’intenti: tono, ritmo e stile devono raccontare la storia ancor prima che lo facciano le pagine della sceneggiatura.
I materiali editoriali per un progetto audiovisivo non servono solo a spiegare. Servono a posizionare, evocare, convincere.
Per questo, scrivere un pitch deck professionale non significa riempire pagine con buone idee: significa trasformarle in una struttura narrativa coerente.
Che si tratti di una serie, un film o un documentario, ogni sezione di un pitch deck dovrebbe portare chi legge dentro lo spirito del progetto: sinossi, concept, struttura, visione. Tutto deve già parlare come se il progetto esistesse.Da First Frame Room, costruiamo pitch deck professionali che respirano.
Che non imitano i trend, ma valorizzano l’identità del progetto.
Che parlano il linguaggio di chi produce, senza tradire quello di chi scrive.

Un pitch deck non si compila. Si scrive.

Cercando online come presentare un progetto audiovisivo, si trovano strumenti, modelli e suggerimenti visivi “pronti all’uso”.Ma un pitch deck non è un modulo da compilare.
È un documento narrativo.
Chi lo riceve — un produttore, una piattaforma, un fondo — legge tra le righe. E tra le slide.Sa riconoscere quando un progetto ha una direzione, e quando è stato inserito dentro una forma già pensata per qualcun altro.Noi crediamo che la presentazione editoriale sia parte del racconto.Il formato conta. Ma viene dopo il tono, la struttura, la coerenza.Un buon pitch deck non si limita a spiegare.
Fa venir voglia di sapere come finisce.

Series Bible: non è una Bibbia, ma è sacra.

Si chiama “bibbia”, ma non ha dogmi.
La series bible è il documento di sviluppo che accompagna una serie lungo il percorso tra l’idea e la produzione.
Serve a mostrare struttura narrativa, tono, arco dei personaggi, e la direzione generale della storia — sia quella orizzontale che verticale.Alcune sono brevi e strategiche. Altre diventano veri e propri dossier visivi e concettuali.
Ma una cosa è certa: non è un riassunto.
Una buona series bible non racconta la serie. La organizza.Una scheda personaggio non è una descrizione fisica, ma una mappa evolutiva.
Un paragrafo sui temi non è “l’intenzione dell’autore”, ma il modo in cui la storia respira.
Ogni voce, ogni sezione, ogni pagina deve aiutare chi legge a capire il progetto prima ancora di vederlo girato.Da First Frame Room lavoriamo su series bible che non imitano il formato, ma ne riscrivono la funzione:
guidare chi produce, accompagnare chi scrive, parlare prima della serie.

Presentare un progetto audiovisivo: forma, voce e strategia

Presentare un progetto non significa raccontare tutto.
Significa sapere cosa serve dire, e cosa è meglio lasciare fuori.
Chi riceve materiali editoriali — case di produzione, agenti, piattaforme — non vuole solo capire di cosa parla una storia.
Vuole sentire perché dovrebbe esistere ora.
Una sinossi troppo lunga. Un concept che spiega l’intero arco narrativo. Una presentazione visivamente “piena” ma strutturalmente vuota…
Sono segnali che chi scrive sta cercando di convincere con il rumore.
I materiali giusti per presentare un progetto audiovisivo non urlano.
Posizionano.
A volte basta una one-pager chiara. A volte serve una bible più profonda.
Dipende dal momento, dal destinatario, e dalla storia.
Da First Frame Room aiutiamo autori e produzioni a costruire presentazioni che non sembrino richieste d’aiuto, ma inviti a leggere.Presentare è un atto narrativo. E ogni storia merita un ingresso elegante.

One-pager: sintesi o strategia?

Tutti chiedono un one-pager. Pochi sanno davvero cosa dovrebbe contenere.Non è una sinossi. Non è un riassunto. Non è una pagina qualunque.Il one-pager è la forma breve di una visione lunga.In una sola pagina deve apparire:
• la voce della storia
• il suo posizionamento
• l’arco narrativo in potenza
Un buon one-pager non elenca. Evoca.Serve a far leggere il resto.
È lo strumento editoriale che apre porte senza bussare.
Alcuni sbagliano riempiendolo di informazioni.
Altri lo svuotano in nome della sintesi.
Da First Frame Room lo costruiamo come si costruisce l’ingresso di un mondo narrativo.
Con ritmo, intenzione e coerenza visiva.
Perché un progetto può iniziare ovunque.
Ma un one-pager deve sempre farsi ricordare.

I tre errori invisibili in una presentazione narrativa

Alcuni errori si notano subito: una sinossi confusa, un concept scollegato, un font illeggibile.Altri no. Ma si sentono.E sono proprio quelli che impediscono a una presentazione di essere presa sul serio.Ecco i tre più comuni:1. Troppa sicurezza sulla forma, troppo poca sulla voceL’idea sembra chiara, ma il testo è impersonale.
Il tono è neutro, il lessico tecnico.
Il lettore capisce tutto… e non si ricorda niente.
2. Tutto e subitoUna presentazione narrativa non è un elenco esaustivo.
Serve per incuriosire, non per spiegare ogni dettaglio.
La tentazione di dire tutto è forte.
Ma se non lasci respiro, nessuno immagina nulla.
3. Nessuna idea di chi leggeMateriali pensati per “tutti” finiscono per parlare a nessuno.Chi li riceve capisce subito se quel pitch è stato costruito con un destinatario in mente — o no.Da First Frame Room partiamo da qui:
dalla voce, dalla strategia e dal lettore.
Perché presentare una storia non è solo un atto creativo.
È un atto di ascolto ben posizionato.

Il tono visivo: la parte scritta che non si legge

Ci sono parole scritte. E poi c’è il modo in cui quelle parole si presentano.Il tono visivo non è grafica. È ritmo, respiro, identità.Un pitch deck, un one-pager, una bible non sono solo “testi da impaginare”.
Sono materiali che devono parlare prima ancora di essere letti.
La coerenza tra voce e struttura.
L’uso dello spazio bianco.
Il modo in cui un titolo apre una sezione.
Tutto contribuisce alla lettura.
Anche quando non ce ne accorgiamo.
Un buon tono visivo non è vistoso. È preciso.
E fa sì che chi legge entri nel progetto con il passo giusto.
Da First Frame Room lavoriamo sul contenuto e sulla forma insieme.
Perché una presentazione visivamente neutra rischia di essere mutismo narrativo.

Chi legge un pitch? (E cosa si aspetta davvero)

Un pitch non è un messaggio nella bottiglia.
È un documento che deve arrivare a qualcuno — e quel qualcuno ha poco tempo, molti progetti da valutare e un radar acceso sui dettagli.
Il destinatario non è sempre lo stesso: può essere un produttore, uno story editor, un agente, una figura di sviluppo.Ma chiunque sia, non legge “per curiosità”.Legge per capire:
• se c’è un’identità narrativa
• se il progetto ha posizionamento
• se vale la pena continuare a leggere
Questo significa che un pitch non deve solo raccontare cosa succede nella storia.
Deve mostrare che la storia ha un senso nel contesto in cui arriva.
Da First Frame Room lavoriamo con questo in mente.
Ogni presentazione è pensata non solo per la storia, ma per chi la riceverà.
Perché un buon pitch non è solo scritto bene.
È scritto al posto giusto.

La voce del progetto non è quella dell’autore

Una delle cose più difficili da accettare — soprattutto per chi scrive — è che il progetto ha una voce diversa dalla propria.
Non contraria.
Solo diversa.
La voce dell’autore è personale, interna, fluida.
Ma la voce del progetto è esterna, leggibile, strutturata.
È quella che parla quando l’autore tace. Quella che presenta l’idea anche quando nessuno può spiegarla a voce.
A volte un pitch sembra scritto da chi l’ha vissuto troppo da vicino.
Troppo dettaglio, troppo tono, troppo “io”.
Altre volte, invece, sembra distante: asciugato, scolastico, senz’anima.
La voce del progetto sta in mezzo.
È quella che ti fa capire cosa vuoi raccontare, senza obbligarti a spiegare chi sei.
In First Frame Room lavoriamo proprio su questo:
aiutare i progetti a trovare una voce che parli al posto dell’autore — non sopra di lui.
Una voce che sia credibile, coerente, e leggibile da chi deve ascoltarla.

Anche i film hanno bisogno di parlare prima che esistano

Un film può iniziare da una scena.
Da un’immagine.
Da una sensazione precisa che, all’inizio, non ha nemmeno parole.
Ma prima o poi, dovrà trovarle.
Il cinema è fatto per essere visto, sì.
Ma prima, dev’essere letto.
Trattamenti editoriali, pitch deck, lookbook: tutti strumenti pensati per raccontare un film prima che venga girato.
Non per sostituire la visione, ma per preparare il terreno.
A volte un progetto esiste tutto nella testa dell’autore.
Ma se non riesce a entrare anche in quella di un produttore, un fondo, una commissione… rimane lì.
Perfetto, ma fermo.
In First Frame Room, lavoriamo con chi ha visione.
Il nostro compito è darle forma, voce, struttura — prima che diventi immagine.
Perché anche il film più visivo ha bisogno, prima, di essere creduto.
E per essere creduto, deve sapere come raccontarsi.

Logline: smettere di fare colpo, cominciare a dire qualcosa

La logline non è una frase “furba”.
Non è uno slogan.
E non serve a farti sembrare intelligente, profondo, visionario o già su un red carpet.
Una logline funziona quando dice cosa succede, a chi succede, e perché ci importa.
Non serve spiegare tutto. Serve farci voler sapere il resto.
Noi le leggiamo tutti i giorni.
E spesso troviamo frasi come:
“In un mondo dove il tempo si piega alle emozioni, un uomo scopre che nulla è come sembra.”
Bello. Ma cosa succede? Chi è questo uomo? Perché dovrebbe interessarci?
Una buona logline non è poetica. È chiara.
La poesia verrà dopo. Quando la storia sarà raccontata bene.
Ecco tre domande che aiutano:
• Chi è il tuo protagonista?
• Cosa vuole disperatamente, e cosa glielo impedisce?
• Qual è l’unicità della situazione in cui si trova?
Una giovane archivista del Vaticano scopre un manoscritto che sembra predire la morte del papa, ma ogni tentativo di condividerlo lo rende più reale.Questa logline non vince premi. Ma fa una cosa importantissima: ti fa voltare la pagina.E se il tuo progetto è buono (lo è), la logline deve solo aprire la porta.
Non costruirla. Non arredarla.
Solo aprirla con semplicità.
In First Frame Room, una logline si costruisce ascoltando la storia prima che lo stile.
Sappiamo che funziona quando non ha bisogno di sembrare intelligente: basta che sia vera.
Scriviamo per incuriosire chi legge, ma soprattutto per far sentire chi ha scritto che è ancora tutto da raccontare.

Esempio di Pitch

Questa demo è un esempio di presentazione editoriale pensata per progetti audiovisivi originali, nello stile e nel formato delle submission internazionali.
Include una selezione di elementi sviluppati per mostrare struttura, tono e potenziale espansivo di una serie.
Per motivi di riservatezza, i testi presenti nelle slide sono parzialmente oscurati o modificati.
I contenuti integrali possono essere condivisi solo su richiesta, in contesto professionale.


Contatti

Diamo forma al tuo primo fotogramma.
Hai un’idea? Un progetto? Una scintilla? Scrivici — ascoltiamo tutto, leggiamo davvero.

oppure scrivici a: [email protected]

Con base in Italia e nel Regno Unito
Roma · Milano · Bologna · Londra

FAQ

Qui trovi alcune risposte rapide alle domande che ci vengono poste più spesso.
Se non trovi quello che cerchi, puoi scriverci direttamente.

🔹 Cosa fa First Frame Room?First Frame Room è uno studio editoriale e creativo che sviluppa progetti narrativi con un forte potenziale visivo.
Lavoriamo su storie che possono prendere molte forme: libri, pitch audiovisivi, concept editoriali, edizioni curate.
Accompagniamo autori e autrici nello sviluppo di una visione completa: dall’idea alla forma narrativa.
🔹 Posso pubblicare con voi?Ogni progetto è unico e viene valutato individualmente.
Ci occupiamo di sviluppo narrativo, non di pubblicazione tradizionale.
In alcuni casi, accompagniamo l’autore anche nella realizzazione editoriale del progetto.
🔹 Dove si trovano i vostri libri?I libri sviluppati all’interno di FFR possono essere disponibili su Amazon o altre piattaforme, in base alle scelte dell’autore.
Alcuni sono in tiratura limitata, altri anche in formato eBook.
🔹 Offrite servizi editoriali?Sì, come parte di un processo creativo più ampio.
Seguiamo lo sviluppo di una storia nel suo insieme: struttura narrativa, identità visiva, materiali di presentazione.
Collaboriamo su progetti che vogliono prendere forma con coerenza e visione.
🔹 Posso inviarvi una proposta?Se hai un’idea narrativa che pensi possa avere uno sviluppo visivo o progettuale, puoi contattarci.
Valutiamo ogni proposta in base alla sua originalità, coerenza e potenziale.
🔹 Che tipo di storie vi interessano?Narrativa contemporanea, progetti visivi, racconti brevi, concept sperimentali, prosa che lascia spazio all'immaginazione.
Ci interessano le voci che sanno evocare mondi, non solo raccontarli.
🔹 Pubblicate ogni progetto che sviluppate?No.
Alcuni progetti vengono realizzati solo in forma di pitch, treatment o concept editoriale.
Altri diventano opere complete, ma non sempre includono una pubblicazione.
🔹 Cosa significa essere presenti nella sezione Publishing?La pagina Publishing raccoglie una selezione curata di opere sviluppate all’interno dello studio.
Non è un catalogo completo, né una libreria online.
È un’estensione del percorso creativo, dove alcuni progetti trovano anche una forma editoriale visibile.

VOCI

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Numero 01 — Giugno 2026

Quattro racconti attraversati da fratture, trasformazioni e ritorni inattesi.

La stanza è piccola.Quando sono arrivato, non c’era quasi nulla, solo pareti di legno e soffitti bassi.Ma a me va bene, non avevo grandi pretese, e il padrone di casa non ha protestato quando ho portato dentro tutte le mie cose, promettendo timidamente che avrei pagato l’affitto il mese successivo.“Non sono venuto per restare” ho spiegato, e lui, grasso e tremolante sulle gambe, ha sorriso in modo stanco.Ogni suo passo sembrava un’impresa eroica; non è mai venuto a reclamare gli arretrati dell’affitto, troppa fatica salire fin quassù.Meglio così.Non so bene a che piano sia l’appartamento, ma mi sembra di essere molto in alto; sono solo due stanze, certo, è pur sempre Milano.Le due grandi finestre sul soffitto sono di una forma particolare.Strette e lunghe, parallele, con una rientranza concava che le fa somigliare a dei riccioli o a delle code di sirena.Quando arriva il giorno, una luce che sembra di vetro irrompe nella stanza, le lame luminose si stendono sottili sulle lastre tenere del pavimento, e tutta la casa prende forma.Le pareti di legno caldo respirano e l’aria vibra, sacra e piena di polvere.Sono molto fiero delle mie finestre, e a me la polvere piace.Le stanze sono solo due, open space comodissimo.Tra la cucina e l’angolo in cui dormo ci sono nelle pareti delle grandi nicchie, curve verso l’interno, che ho subito riempito per sistemare tutti i miei poster, fissare le mensole per i miei libri di cucina giapponese, e tante grucce per appendere i pochi vestiti che ho.Così, assomigliano più a degli strani armadi contenitori, buffe fiere di oggetti vari in esposizione.Ma la cosa più bella della casa è la colonna, un lungo costone di legno che scende dal soffitto come una radice levigata, un tronco perfetto e liscissimo, su cui posso arrampicarmi quando ho voglia di salire più in alto e guardare la stanza da un’altra prospettiva.Da lassù, l’ambiente sembra immenso, una vera caverna di legno, tre volte più grande: l’incurvatura del soffitto, le orme polverose sul pavimento, le minuscole cicatrici del tempo.Tutto mi sembra più bello.Se non fosse per i rumori.Di solito succede nel tardo pomeriggio.I vicini fanno un baccano impressionante e non capisco come facciano due persone — Lei e Lui, credo — a produrre così tanti rumori diversi.Quando iniziano, un tremolio incerto corre lungo la colonna e riesco a sentire un movimento dall’altra parte del soffitto: a tratti sembra che spostino mobili pesantissimi, altre volte che trascinino qualcosa sul pavimento, avanti e indietro, da una stanza all’altra.Non è proprio un “trascinare”: il suono è rapido, sincopato, inizia e finisce di colpo. E tipicamente proprio quando decido di mettere a riposare un po’ gli occhi.Una volta ho provato a picchiettare sul muro, sperando che capissero, ma il suono è rimbalzato indietro, smorzato dal legno, e ho avuto l’impressione di aver bussato inutilmente contro un vecchio armadio.Così ho lasciato perdere.In fondo non so nemmeno chi abiti sopra di me — se è davvero “sopra”.Non li ho mai visti, non so come si chiamino. È sciocco prendersela con qualcuno che non si conosce.Il padrone di casa mi aveva annunciato senza entusiasmo che al piano superiore vive lei.Non so molto di più.Ma dev’essere una persona molto energica: i suoi passi sono brevi, veloci, quasi saltellanti.A volte li sento arrivare di colpo, uno-due-tre, e poi sparire, come se avesse attraversato fulminea la casa da una stanza all’altra, forse infreddolita dopo la doccia, forse in ritardo per una riunione.Mi fa sorridere immaginarla mentre balla.O forse ha un cane minuscolo e nervoso.Lui invece si sente raramente, ma riconosco subito la sua voce più grave, flemmatica.I suoi passi sono lenti e pesanti, e quando arriva sbatte sempre la porta: così la colonna si mette a vibrare fino al soffitto, quel tanto che basta per farmi drizzare la schiena.Forse indossa gli scarponi anche in casa, o è obeso.La prima volta che li ho sentiti ho pensato a un terremoto, la stanza si è messa a tremare, le linee delle travi sembravano dilatarsi nell’aria, molte delle mie cose appese si sono rovesciate sul pavimento.Una settimana fa ho appoggiato l’orecchio alla parete: sembrava che qualcuno stesse “picchiettando” meccanicamente sul muro, ma si trattava di un ticchettio più rapido, regolare.E poi ci sono loro, quelli che non so in quale appartamento abitino ma che ogni tanto producono un chiasso che rimbalza per tutto il palazzo.Un miscuglio di voci, sospiri, colpi secchi, un brusio che sale e cala come un’onda: forse si tratta delle riunioni di condominio a cui non mi sono mai presentato.Una sera, lo giuro, mi è sembrato persino che applaudissero.Devono essere una compagnia molto allegra.Nonostante tutto, questi rumori mi fanno compagnia.Rendono l’appartamento meno silenzioso, meno vuoto.Mi sto abituando all’idea che forse un po’ di vita attorno non mi dispiace davvero.Ma stamattina è stato diverso.Un silenzio quasi religioso regnava nella mia piccola casa, io preparavo il tè, la luce calda di maggio si rovesciava sul pavimento, sul divano, sui fornelli impiastricciati della cucina.Poi all’improvviso ho sentito un colpo secco, netto, come se qualcuno avesse lasciato cadere qualcosa di metallo proprio sopra la mia testa.Mi sono irrigidito.Ho aspettato di sentire un secondo colpo, o una voce, o qualunque cosa. Ma niente.Poi, un suono lungo.Una vibrazione più profonda, continua, che ha fatto tremare la colonna dall’alto verso il basso, come se un filo invisibile la percorresse tutta.È durato pochi secondi, ma ha avuto un effetto strano su di me: una scossa, un brivido, che mi ha strappato al torpore mattutino.Mi sono ritrovato a guardare in alto, le finestre strette e lunghe mi fissavano, mi sono convinto che sarebbero esplose da un momento all’altro.Invece sono rimaste ferme, immobili, con quella forma concava che le fa sembrare riccioli sospesi nel cielo.Subito dopo ho sentito lei.Passi rapidissimi, indecisi, avanti e indietro.Un tonfo leggero, un altro colpo.E poi ancora quella vibrazione, lunga, che si è spenta lentamente, ma è rimasta a lungo a vagheggiare nell’aria.Si saranno rotti i tubi, ho pensato nervosamente. A Milano succede tutto il tempo.Però conosco il trambusto di un danno idraulico, in quel rumore c’era qualcosa di diverso.Come se fosse intenzionale, come se qualcuno stesse facendo pratica con qualcosa, provando e riprovando.Mi sono fermato al centro della stanza, il tè freddo sul tavolo, e mi sono ritrovato a trattenere il fiato non so per quanto tempo, senza un motivo preciso.Poi tutto è tornato normale: silenzio, luce, polvere che danzava nell’aria come in una domenica qualunque.Eppure, da allora, ho l’impressione che la casa sia rimasta in ascolto.Come se stesse trattenendo il respiro, aspettando di sentire di nuovo quel suono.E anch’io.Da allora la giornata ha assunto quella strana qualità sospesa dei pomeriggi in cui sembra che stia per succedere qualcosa, ma niente accade davvero.La luce, che di solito filtrava tranquilla in lame chiare, ora scivolava, come se avesse perso la pazienza.Ogni particella di polvere che attraversava l’aria inclinata sembrava animata da un’intenzione segreta, un tacito ordine che io non ero riuscito a cogliere.Mi sono aggirato nello spazio senza un vero motivo, più per scacciare quella sensazione di attesa che per fare qualcosa.Il silenzio non era più silenzioso. Teso, cucito da un filo impercettibile che collega un angolo all’altro, mi sembrava così vasto da poter inghiottire la stanza intera.Poi, all’improvviso, il suono è tornato.Non un colpo, non un tonfo: una scia, una vibrazione che si è insinuata come un brivido nella parete, ha attraversato lenta il pavimento, e infine ha risalito la mia spina dorsale come fanno silenziosamente i ragni nelle grondaie.Nuovamente, è durata solo un istante, ma aveva una qualità nitida.Un misto di grazia e brutalità, di delicatezza pigra e collosa.Mi sono appoggiato istintivamente alla colonna.Sotto il palmo della mia mano vibrava una vita estranea: ho avuto paura che il cuore mi fosse uscito dal petto e stesse rimbalzando nel legno.Poi tutto si è spento, così rapidamente da lasciarmi con la sensazione di essermi immaginato tutto.Poi, lei.Il suo passo inconfondibile: affilato, scattante, nervoso.Correva da un capo all’altro della stanza, come se stesse inseguendo quel suono o fuggendone.Un tonfo leggero, poi un altro.Un fruscio lungo, il suo vestito che sfiorava un mobile.E infine una sequenza rapidissima di rumori sottili, minuscoli, quasi elettrici.Forse parlava con qualche amica al telefono, il tono di voce sembrava irrequieto, fitto.Mi sono immobilizzato, avevo paura che mi sentisse mentre ragionavo.Il tè, ormai freddo, rifletteva la luce in un ovale dorato e inquieto.Il suono si è ripetuto: più profondo, lungo, più vicino.Quel rumore anomalo e meraviglioso non proveniva da sopra.O almeno, non solo.Sembrava venire anche da dentro.Davanti alla finestra che dà sul cortile, lei suona.Con il mento appoggiato al legno lucido del violino, le dita che sfiorano appena le corde, l’archetto che si muove leggero sotto il polso ben allenato.Potrebbe suonare per ore: l’aria è fresca e piacevole, entra svelta nella cassa dello strumento, come un brivido sottile, una vibrazione che sale fino alle mani e la trasporta sulle note di Schumann.Un suono chiaro, un sussurro calmo, un’eco che sembra provenire da dentro il legno stesso, più bello del solito.Poi fa una pausa, le dita iniziano a fare male; appoggia lo strumento sul tavolo e mette su la moka.Nel frattempo rientra anche suo marito, dopo la giornata al Conservatorio; entra sbattendo la porta dietro di sé, lasciando la custodia appoggiata al divano e liberando i piedi stanchi dalle scarpe.Senza dire nulla passa nervosamente nelle altre stanze, mentre Marta ricomincia a suonare, incurante, davanti alla finestra.Sollevando il violino dal tavolo, però, si accorge di un rumore insolito, un fruscio moderato, che percorre lo strumento e somiglia a una nota profonda, trattenuta.Si china curiosa, appoggiando l’orecchio alla cassa armonica.Sente quella vibrazione più nitidamente ora: non c’è nessuno a toccare le corde tese, nessun archetto che le muova, eppure la musica c’è. Un fremito sottile che attraversa tutto il violino.Si ritrova a trattenere il respiro, senza capire perché.Per un attimo, il mondo esterno — i rumori del palazzo, il traffico di Milano, suo marito nell’altra stanza — sembra dissolversi, lasciandola sospesa nello spazio tra le pareti in cui ora il legno e l’aria vibrano come se fossero vivi.Poi il suono, come era iniziato, svanisce, lasciandole addosso la sensazione che qualcosa o qualcuno sia lì, nascosto, dentro il violino, in ascolto.“Vieni a vedere, Marco!” la sua voce ora è incredula.“C’è qualcosa… dentro il violino.”Lui arriva controvoglia dal bagno, trascinando i piedi sul pavimento.Inclinano lo strumento alla luce che filtra dalla finestra.E la magia si rivela, o qualcosa che le assomiglia.Non ci sono solo legno, corde e polvere di resina.All’interno, tra le curve ambrate della cassa armonica e i riflessi dorati della luce, c’è lui.Un piccolo insetto, immerso nella polvere, tra le nicchie e le travi, appoggiato all’anima di legno del violino.Sembra che il mondo stia suonando una musica che solo quell’insetto è riuscito ad abitare.Restano così, immobili, a osservare, mentre il silenzio inghiotte il pomeriggio.

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Una giornalista mi diede la notizia della morte di Fausto Tomasi e mi chiese un commento: riagganciai. Trascorsi la giornata alla finestra, nel monolocale in cui il divorzio mi aveva gettato, a spiare le faccende di un gatto grigio nel giardino di una villa. L’osservavo gironzolare, stendersi al sole, raramente correre.Mi sembrava che la sua vita non dovesse rispondere a niente e a nessuno.Mia moglie, Clara von Bauer, veniva da una famiglia di ex baroni austro-ungarici, ma quando ebbe le prove della mia storia con Arianna, una studentessa, si scoprì capace di scene triviali. Ne aveva tutte le ragioni.«Porco bastardo e schifoso narcisista!» aveva urlato, portandosi via Otto e Hanna – nomi dei suoi genitori, nulla di mio. L’avevo sposata vent’anni prima, costretto da mia madre: un matrimonio è il modo migliore per far dimenticare al pubblico le carezze date a un maestro di letteratura del collegio. Da allora non avevo più rivisto Fausto, e nemmeno m’importava.«Franz Manstein?» la voce telefonica di Edoardo Giustiniani. «Senti, caro, è ora che mi consegni qualcosa, altrimenti dovrò rescindere il contratto».Una rottura, in tutti i sensi, ma non riuscivo più a scrivere.Mia madre, una signora, aveva dichiarato: «Per me, sei come disperso».La Giustiniani Editore, invece, rivoleva il successo dei Predatori. La realtà era che il nuovo romanzo sul giovane scrittore che si innamora del suo insegnante non riusciva e ora non sarebbe riuscito mai più: mi sentivo in gabbia.A sera Franz Manstein era a pezzi. Seduto al computer, fissavo la pagina bianca; era per me un’ossessione, quel titolo, Fausto, che avevo dato al lavoro.Per tutto il giorno, avevo soltanto bevuto: birra, vino, liquori; tutto quello che c’era in dispensa. Ero così ubriaco che diedi di stomaco a terra, accanto alla scrivania. Mi venne fuori, non so come, una mezza preghiera, un Dio, ti prego, aiuto, ma il silenzio che seguì mi fece imbestialire. Mi venne un’idea ripugnante: scendere per strada, così sporco e schifoso, e aggredire il primo che passava, ma erano le tre di notte, e non avrei trovato nessuno.Tornai a Fausto, al cursore lampeggiante che mi giudicava. Era morto l’uomo che mi aveva insegnato il mestiere di scrittore, che mi aveva voluto bene; e io a lui. Avrei voluto scrivere una riga, una sola, poi mi sarei buttato sul letto. Dio, com’ero nervoso: era colpa di Fausto, di Clara, di Arianna! Dovevo far loro del male. Cancellai tre o quattro mozziconi di frase e tornai alla pagina candida, solo con il titolo. Non potevo uccidere nessuno. Potevo solo scrivere.Allora mi dissi che avrei inventato un omino a mio uso e consumo. Quelle idée! Strano a pensarci, ma cominciai subito a scrivere, e con grande ispirazione.Immaginai, e descrissi, una via di Milano negli anni Cinquanta, come nei Predatori. Il mio uomo camminava sul marciapiede, aveva quarantacinque anni, più o meno come me. Con la fantasia annebbiata dall’alcol, gli diedi i tratti di quell’attore americano degli anni Trenta, Edward G. Robinson: faccia larga, occhi scuri, figura tarchiata. Poco importava. Con un vestito marrone, andava al lavoro: era un impiegato di banca. Mancava solo il nome, ma stava già scritto in cima alla pagina: Fausto. Ci aggiunsi Bez e così lo battezzai.Per prima cosa, gli tirai addosso un bel temporale e lo mutai subito in diluvio. Inutile dire che Bez non aveva l’ombrello. Si inzuppò fino alle ossa e se ne lamentò con Doris, una collega. Si asciugò come poteva e, indossate le sue maniche da lavoro, aprì lo sportello. Per le prime ore, mi divertii a fargli dei dispetti: feci esplodere una penna stilografica, smarrire dei moduli, cadere la tazzina del caffè, cose così. Poi alzai il tiro. Tre uomini con il volto coperto entrarono in banca, armati, e uno di loro ordinò proprio a Bez: «Vuota le casse in questo sacco, e non fare scherzi».Le colleghe mandavano lamenti come di cagnolini separati dalla madre; il carabiniere di guardia alla porta, sotto tiro, teneva le mani in alto; il collega che serviva allo sportello accanto gli fece un cenno, come per incoraggiarlo. Bez incrociò lo sguardo del direttore, fermo sulla porta del suo ufficio, e procedette a riempire il sacco di banconote. Quando giunse di fronte alla prima cassa, gli si presentò, nascosto sotto il bancone, il pulsante dell’allarme automatico. Volevo che provasse a premerlo, pregustavo il momento in cui avrebbe allungato la mano: doveva fare la cosa giusta, Fausto era fatto così. Si mosse lentamente, ma uno dei rapinatori gli fu dietro e lo colpì alla nuca con il calcio della pistola. Fausto Bez stramazzò al suolo, era soltanto svenuto, ma fu per me un tale orgasmo di soddisfazione che mi appoggiai alla scrivania e, con tutto l’alcol che avevo in corpo, mi addormentai.Mi svegliai con la testa spaccata in due, ma dalla sbornia. Il sole del mattino apriva le tende, il gatto grigio perlustrava il suo regno. Vidi il vomito che si seccava, rilessi quello che avevo scritto e mi trovai ripugnante in ogni senso, ma non riuscivo a smettere di pensare al piacere che avevo provato. Qualcosa in me voleva continuare, perciò immaginai, e descrissi, Fausto Bez che si svegliava nel suo letto, la testa che doleva; sua moglie Sandra lo aiutava ad alzarsi; sua figlia Livia, biondina seria e intelligente, lo abbracciava in corridoio. La famiglia raggiungeva la cucina per la colazione. La giornata era libera: avevano comunicato la chiusura della banca per le indagini.Trattenendo un sorriso, feci squillare il telefono. Sandra andò a rispondere e restò impietrita, poi disse a Fausto che qualcuno lo cercava.«Fausto!» una voce femminile lo travolse. «Ho saputo! Oh, il mio Fausto!»Bez balbettò qualcosa, ma la donna non accennava a fermarsi.«Ah, ho capito,» abbassò la voce come se qualcuno potesse sentirli «era tua moglie, vero? Lo so, non avrei dovuto chiamare, ma non avevo più tue notizie!»Neppure stavolta lasciai parlare Bez e la donna alzò a tal punto la voce che si sentì attraverso l’apparecchio, come se fosse nella stanza: «Ti amo, Fausto, non posso vivere senza di te!»Immaginavo Bez, impalato: sì, gli avevo dato un’amante. Livia era corsa a nascondersi in cameretta. Si misero a urlare: lui non sapeva nemmeno chi fosse, lei urlava che l’aveva sempre saputo, quella schifosa di Doris. Gli tirò uno schiaffo: lei e Livia andavano da sua madre. Non risparmiai nulla al poveretto, mi misi a descrivere la trafila del divorzio: avvocati, cattiverie, insulti. Alle udienze per l’affidamento, Livia non lo guardava mai. Scendeva, abbandonato da tutti, in fondo alla catena alimentare: la banca non riapriva, il divorzio drenava i suoi risparmi, si imbruttiva, spesso puzzava di vino; finì in una pensioncina lercia dalle parti di via Lazzaretto.Steso su un materassino lurido, in mutande, con una coperta e una bottiglia di vino, il mio Bez ascoltava i rumori: le ragazze che ridevano con i clienti; il catarro del vecchio Brusa, ex tramviere, che aveva perso la vista, e il lavoro, a furia di grappa; certe stanze erano occupate, ma sempre silenziose. Quando aveva chiesto una tazza e un cucchiaino per poter prendere il caffelatte al mattino, il padrone gli aveva dato una posata tutta bucherellata.«Altrimenti i tossici li rubano» era stata la risposta al suo dubbio.I soldi erano finiti e già il mese successivo non avrebbe avuto di che pagare la stanza. L’unico abito rimasto era piegato su una sedia, una cura che tradiva il suo passato borghese. Persino il vino cominciava a disgustarlo. A me, invece, l’alcol non aveva ancora stancato, perciò andai a cercare una bottiglia di liquore, l’omaggio di un premio letterario, che fino a quel momento non mi ero ancora scolato per pudore. Non ci misi più di dieci minuti, ma quando tornai allo schermo vi trovai almeno due paragrafi già scritti e un terzo che si stava componendo. Il computer scriveva da solo e il personaggio parlava.Fausto Bez piangeva nel lettino, lacrime calde gli scorrevano sul volto, senza singhiozzi, come pioggia. Spingeva via la bottiglia e si raggomitolava sotto la coperta, con le ginocchia strette al petto. Stava con le mani giunte, le nocche strette fino a sbiancare, in un parossismo di dolore da condannato che si arrenda al carnefice, ma voglia ancora vivere. Con mio grande stupore, stava pregando: «Dio, ti prego, aiuto! Non ho fatto nulla, mi sono accadute cose orribili. Non riesco a discolparmi, mi odiano. Vorrei essere morto… Livia non mi guarda più, perché? Qualcuno mi odia, Dio, perché non mi aiuti?»Non poteva! Non era una persona reale, era solo un personaggio. Furibondo, cancellai il paragrafo in sospeso, ma non potei cancellare il resto.«Maledetta macchina» borbottai.Ebbi paura di non poterlo dominare e da vero codardo colpii più forte. Immaginai che il mese fosse terminato e che gli sforzi di Bez, nonché le sue preghiere, si fossero rivelati vani: la povertà e la vergogna l’avevano schiacciato. Ora viveva per strada, mangiava forse una volta ogni due settimane, quando era aperta la mensa dei poveri; per il resto, rimediava qualche crosta da un fornaio o da un commerciante. La fame gli dava le allucinazioni e non lo lasciava dormire.Una sera passò davanti a una rosticceria, la vetrina illuminata esplodeva di bontà e di pane. Il rosticcere, un omone corpulento con il grembiule di tutte le tonalità dell’unto, serviva una sciura col cappellino. Bez non se n’era accorto, ma aveva la faccia incollata alla vetrina e un filo di saliva gli scendeva fino a terra. Con un rantolo, come il rivoltarsi di una marionetta, afferrò la maniglia e con uno sforzo enorme entrò nel negozio. Non riuscì neppure a sillabare «Mi scusi», che l’omone gli fu addosso e lo scaraventò per strada.Ecco cosa succede a scherzare con Franz Manstein. Mi concessi un goccio, soddisfatto della mia piccola scena da vaudeville, e stavo per tornare alla tastiera, quando il racconto riprese a scriversi da solo, di nuovo!«Maledetto! Dio, tu sia maledetto!» Fausto gridava. «Maledetto il giorno in cui sono nato, ma mille volte maledetto tu! Cosa ti ho fatto? Perché non mi uccidi? Sconfiggi il mio nemico e lasciami in pace: lui è lì, ci guarda, mi tortura! Sono un insetto a cui staccare le ali per divertimento. Mi brucerà con una lente, come un bambino capriccioso… e tu non farai niente?»Il gioco si era protratto tanto che anche per me si era fatta sera, ma il buio più fitto era nella mia testa, mentre leggevo le parole che si formavano sullo schermo, e non sapevo cosa fare. Il silenzio regnava anche nel mondo immaginario di Fausto Bez, che se ne stava in ginocchio in mezzo alla strada, evitato dai passanti. Nessuna risposta, né di qua né di là. Il racconto proseguiva ancora da solo.«E va bene, allora» disse Bez sottovoce.Si alzò da terra e puntò un uomo distinto col cappotto che stava passando davanti alla vetrina della rosticceria. Presa la rincorsa lo travolse con tutte le sue forze, rovinando con lui contro la vetrata, che si infranse. Finirono a terra, contusi e feriti, frammenti di vetro ovunque; il rosticcere era basito. Bez si rialzò e prese qualcosa a caso, se lo nascose nella giacca e corse via.In un giardinetto, seduto su una panchina, Fausto scoprì cosa aveva rubato: un pollo arrosto. Con le lacrime agli occhi, mangiò. Una soddisfazione animale lo invase e gli rinnovò la rabbia, come se le cellule, riempite dal nutrimento, fossero entrate in uno stato di frenesia. Il palazzo di fronte lo conosceva: ci stava la sua ex moglie. Dopo il divorzio, lui voleva restare in buoni rapporti, per poter vedere Livia, ma Sandra aveva dichiarato che la sua cattiva influenza e le sue porcherie dovevano stare lontano da lei e dalla ragazzina. Quale cattiva influenza? Non aveva fatto porcherie. Questo complotto doveva finire, era pur sempre il padre! Se quell’infame che lo torturava non voleva smettere, allora lui avrebbe risolto la questione come aveva risolto la fame. L’avrebbe ammazzata di botte, si sarebbe ripreso la sua bambina. Magari Sandra era persino complice. Freddo come la notte che lo circondava, Fausto si diresse verso il palazzo.Mentre leggevo del suo progetto omicida, mi tremavano le mani e mi scivolò la bottiglia di liquore. Quando lo vidi alzarsi dalla panchina, tentai di cancellare le frasi, ma non ci riuscivo. Per quanto le eliminassi, quelle si rifacevano identiche e proseguivano. Ora Fausto era davanti al portone. Provai a scrivere che ripensava alla prima volta che si erano incontrati, lui e Sandra. Un giorno di primavera, alla festa, quando le era sembrata bella col vestito rosso, in mezzo alle altre ragazze. E lui, un giovane imbecille, con le scarpe di vernice. Era prima della guerra. Parve esitare, poi suonò in portineria.Saliva le scale: si era liberato della portinaia, del resto cotta di sonno, inventando una storia sull’avvocato Cerci, partito per la montagna, che gli aveva affidato la cura dell’appartamento. Tentai con Livia, di cosa ne sarebbe stato della piccola, se fosse rimasta orfana di madre e con il padre in galera. Si ricordava della prima volta che l’aveva tenuta in braccio? Fausto scrollava il capo, ma saliva più lentamente, stanco. Oltre lo schermo, borbottai: «No, no, no… Fermati… Cosa ho fatto?»Ma Fausto era ormai di fronte alla porta dell’appartamento di Sandra. Il pianerottolo era deserto. Ecco cosa avrebbe fatto. Suonare, bussare forte; Sandra avrebbe aperto assonnata e lui l’avrebbe gettata a terra, senza darle tempo di rendersi conto; l’avrebbe picchiata, strangolata; forse ci sarebbe stata anche Livia; si portò una mano alla fronte…Il paragrafo si stava completando e il tasto CANC non sembrava avere alcuna funzione; un nodo mi stringeva la gola e gli occhi mi si riempivano di lacrime.Poi ebbi un’illuminazione: staccai la corrente e il computer morì. Avevo il salvataggio automatico, perciò il racconto si sarebbe congelato su quell’istante, ma non sarebbe potuto andare oltre. Per nulla al mondo l’avrei riaperto.Mi sono ritirato in una casetta in montagna: anonimo, come certi grandi autori. Non ho più scritto e sono stato a tanto così dal perdere il contratto con Giustiniani. Quando non ho più saputo come tenerlo a bada, gli ho inviato Fausto così com’era, senza riaprirlo: quel finale tronco poteva sembrare una provocazione. Era pessimo, ma non avevo scelta. Eppure, il romanzetto ha avuto un successo travolgente, tutti lo leggono e se ne fanno presentazioni e conferenze.Il mio narcisismo ha ripreso quota: ho telefonato in casa editrice per informarmi. Non ho parlato con Giustiniani perché sapevo che mi avrebbe detto solo sciocchezze, perciò ho chiesto di Nanà, la segretaria, che con me era sempre stata sincera.«Le recensioni sono ottime» mi ha detto. «Alla presentazione a Venezia, per esempio, tizio, coso, ha fatto un bel discorso. Il finale scatena un tale dibattito…»«Ma se sono scappato?» ho sbottato, un poco infastidito.«Franz Manstein!» Nanà rideva. «Sei il solito stronzo.»E mi ha raccontato, divertita dai miei commenti increduli e convinta che fingessi, che si discuteva ovunque, persino in convegni appositamente organizzati, di quella scena finale, quando il personaggio, Fausto Bez, si trova di fronte alla porta e ha intenzione di uccidere la moglie, e… si ferma, lancia uno sguardo… com’è che dice il testo, ah sì: un’occhiata in alto, gelida, oltre il confine della pagina. Poi si volta e se ne va.«Cosa?» ho gridato. «Bez non ha ucciso la moglie? Avete cambiato il finale?»Nanà è sembrata preoccupata. «Franz, stai bene? L’anonimato, la montagna, non andare a ritirare i premi, va bene… ma dimenticarsi il proprio libro. Non l’abbiamo toccato, come sempre: è il tuo finale, per chi ci hai preso…»Fausto Bez si era voltato ed era andato via. Ma io non l’avevo scritto.

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